Silvia Cini. Avant que nature meure

  • Autore/Autrice: Silvia Cini
  • Data Inizio: 06.06.2024
  • Data Fine: 08.09.2024
  • Dove: Museo Orto Botanico di Roma
  • Indirizzo: Largo Cristina di Svezia, 23a
  • Orari: 09.00-18.30 (ultimo ingresso 17.30)
  • Ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro
  • Tel. / Mob.: 06 4991 7107, 389 5140270, 335 253352
  • E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Descrizione Evento:

     

    Dal 6 giugno e fino all’8 settembre, il Museo Orto Botanico di Roma ospita la mostra di Silvia Cini Avant que nature meure, progetto tra i vincitori dell’Italian Council (11 edizione, 2022), il programma di promozione internazionale per l’arte contemporanea italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il progetto - presentato dal Museo Orto Botanico, Polo Museale Sapienza, Sapienza Università di Roma in partenariato con ELTE University Botanical Garden Budapest - ha permesso la realizzazione di un'opera destinata all’Istituto Centrale per la Grafica.

    Avant que nature meure nasce dall’incontro tra due artisti, in un’affinità che oltrepassa la distanza di oltre un secolo: Silvia Cini - che dagli anni Novanta attraverso pratiche di arte partecipata ha focalizzato la sua ricerca sul paesaggio come metafora sociale - ed Enrico Coleman, considerato tra i più significativi pittori paesaggisti nella Roma di fine Ottocento.

    Tra il 1893 e il 1910 Coleman dipinse una serie acquerelli di orchidee spontanee, indicando per ognuna il nome e luogo di ritrovamento: da questa mappatura ante litteram della biodiversità dell’Urbe è partita la ricerca di Silvia Cini - iniziata nel 2015 - delle fioriture odierne sopravvissute nel contesto urbano, con l’obiettivo - attraverso la sensibilizzazione dei cittadini per la salvaguardia e degli enti per la modifica delle tempistiche di sfalcio - di tutelare le specie ancora esistenti. Le tavole di Coleman, insieme al suo erbario, sono conservate a Roma presso l’Istituto Centrale per la Grafica, dove le opere dei due artisti andranno a riunirsi.

    Il titolo Avant que nature meure cita un testo del 1965 dello scienziato Jean Dorst, tra i padri dell’ambientalismo, condividendone l’appello alla riconciliazione dell’essere umano con l’ecosistema: “Il fascino di queste minuscole piante capaci di riprodurre la forma, il colore e l'odore di un animale a loro legato per l'impollinazione, mi ha distratto dal rumore del mondo.” spiega Silvia Cini Perché in loro, il messaggio silenzioso della natura, direi l'urlo silenzioso della natura si cristallizza in forma e questa che io percepisco talvolta zoomorfa altre antropomorfa, mi lascia inerme a cercare risposte sul dialogo interrotto tra regni.”

    Articolato in differenti fasi e modalità - esposizioni, conversazioni, talk, workshop, performance, azioni - Avant que nature meure ha collaborato con istituzioni culturali e museali come l’Hungarian Garden Heritage Foundation e l’ELTE Botanical Garden a Budapest, Careof a Milano, MAMbo a Bologna, PAV Parco Arte Vivente a Torino, Kunstraum München - En Plein Air a Monaco, portando avanti una riflessione ecocentrica che ha coinvolto botanici, studiosi dell’ambiente ed antropologi, artisti, storici dell’arte, urbanisti, curatori, in un dialogo scandito dai diversi approcci disciplinari delle environmental humanities. I temi della resilienza dell’ecosistema, del mondo vegetale sinantropico come parte della storia interspecie della città, sono andati a tessersi agli immaginari che germinano attorno alla flora selvatica negli intrecci tra arte contemporanea e rappresentazioni scientifiche.

    Allestita nella Serra espositiva del Museo Orto Botanico, la mostra è concepita come un percorso che attraversa Avant que nature meure nella sua durata pluriennale e nelle sue diverse tappe e declinazioni mediali, riunendo ai dati della progressiva mappatura partecipata, scultura, installazione ambientale e sonora, fotografia, video, nello spazio protetto di uno dei giardini botanici dalle origini più antiche in Europa, allineando esiti e poetiche del progetto dedicato al mondo nascosto delle fioriture negli spazi interstiziali del super organismo della metropoli.

    Piccole sculture di orchidee spontanee sono state realizzate da Silvia Cini con la tecnica della galvanoplastica, un processo di stabilizzazione delle specie botaniche in uso nei gabinetti scientifici mitteleuropei, ai tempi di Coleman: queste sculture sono prototipi di segna-sfalcio che dovrebbero indicare, nel contesto del verde cittadino, le aree di fioritura dove non intervenire e lasciare che sbocci quel che la terra nasconde.

    Altre sculture, in creta cruda, sono testimonianza del workshop tenuto ad aprile dall’artista al Museo PAV di Torino, che ha coinvolto il pubblico, prima, in una ricerca collettiva della memoria di ex aree verdi e poi nella realizzazione in argilla di sculture di piante da porre proprio in quelle aree dove un tempo cresceva la vegetazione spontanea. Nella pratica dell’artista l’utilizzo della creta cruda è uno stimolo a riflettere sull’impermanenza disperdendo l’idea del messaggio certo ed eterno della cottura a favore di un divenire: disgregandosi nella terra, esposte alla casualità delle intemperie, queste sculture sono piccoli monumenti anticelebrativi di una memoria rimossa e dimenticata.

    L’abito sospeso con ricami di orchidee è realizzato partendo un camice da laboratorio simile a quelli usati dalle biologhe al lavoro nell’Orto Botanico di Budapest - che ha ospitato la prima mostra del progetto - come in quello di Roma e di tutto il mondo. I fiori, ricamati a mano dall’artista, si ispirano al ricamo della rosa Matyò, considerato tipicamente ungherese, ma in realtà proprio della tradizione e della cultura del popolo Matyò. Per Silvia Cini il processo di creazione delle identità nazionali, nella progressiva standardizzazione della cultura anche in funzione turistica ed economica, è simile a un campo che invece di essere lasciato libero di fiorire, proteggendone le diverse specie, viene sfalciato divenendo un verde, omologo, prato.

    La gonna in tulle che sembra quasi alludere ad una veste nuziale, rimanda alla leggenda del ricamo Matyò, creato per ricongiungere una coppia, divisa da un demone. La ragazza per riavere indietro il suo futuro sposo avrebbe dovuto, in pieno inverno, consegnare come riscatto un grembiule pieno di fiori. Non potendo trovare fiori di campo, si risolse a ricamarli sul grembiule riuscendo, grazie alla sua abilità, nell’intento di riaverlo. La favola edulcora un’attività femminile come la preparazione del corredo nuziale legata alla società patriarcale; l’intervento dell’artista trasforma il ricamo tradizionale scegliendo come soggetto una delle orchidee spontanee che sboccia nella città di Budapest, e realizzandolo sull’abito da lavoro delle scienziate, che quotidianamente si adoperano per preservare il corredo genetico della biodiversità. Le fotografie, estratte dalla video performance realizzata a Budapest, fermano i movimenti della danzatrice che ha indossato l’abito, mentre nel video ai passi di danza tradizionale e contemporanea della performer si sovrappongono immagini originali degli Anni Venti delle ricamatrici Matyò.

    Il percorso della mostra comprende anche materiali di documentazione, immagini delle orchidee spontanee nelle loro aeree di fioritura - dal centro storico alle zone più periferiche della città - mappe, video ed esiti dell’incontro Spontanee, realizzato a CareOfche ha coinvolto in una conversazione Silvia Cini con gli artisti: Stefano Boccalini, Stefano Cagol, Pasquale Campanella, Gea Casolaro, Leone Contini, Claudia Losi ed Emilio Fantin.

    Una mappa digitale interattiva mostra i luoghi di fioritura a Roma, ognuno con la fotografia dell’orchidea spontanea trovata: chiunque può contribuire alla sua implementazione, partecipando alla open call attraverso il sito del progetto, compilando il form e caricando la propria foto di questi piccoli e meravigliosi fiori che abitano silenziosamente la città. Questa mappatura, realizzata in collaborazione con i botanici dell’Orto Botanico di Roma, proseguirà anche successivamente alla conclusione della mostra, con l’idea che possa essere costantemente aggiornata grazie all’impegno collettivo.

    Un’installazione sonora accompagna i visitatori: è la voce dell’artista a raccontare la storia del primo incontro con gli acquerelli di Coleman, attraverso il regalo di un libro e della ricerca che ne è scaturita, un cammino nelle strade di Roma alla ricerca di quelle orchidee spontanee che sono una metafora della necessità di dialogo e relazione che rende possibile la sopravvivenza interspecie.

    Completa il progetto, il catalogo a cura di Alessandra Pioselli, edito da Quodlibet, in fase di pubblicazione, che sarà presentato al termine della mostra.

    Silvia Cini è un’artista le cui opere nascono da processi di lunga durata e vivono del dialogo, spesso personale, che crea con il pubblico. Il suo interesse si focalizza frequentemente sull’ecosistema, prendendone in analisi specifici elementi e compiendo una trasposizione simbolica nei rapporti interpersonali e sociali. La sua pratica artistica, compiuta spesso in site specific, si traduce in installazioni ambientali e audio, sculture, fotografie, video, azioni, itinerari urbani o anche semplice lettura di testi. L’agire artistico diviene indagine botanica, geologica, zoologica, urbanistica, studio del terreno, della pietra, delle argille, dando voce a una storia plurale e non solo umana, ma interspecie, fatta di tempo, rovine, memoria dello spontaneo e del selvatico. Giovanissima, è tra i fondatori del Gruppo Immagini, collabora con Keith Haring alla realizzazione dell’evento che porterà̀ al murale di Pisa. Studia teatro con Stefano Vercelli e Luisa Pasello al Piccolo Teatro di Pontedera, sotto la direzione di Roberto Bacci e la supervisione di Jerzy Grotowski. Nel 1994 crea a Milano con Salvatore Falci il gruppo AAVV, collabora con Cesare Pietroiusti per DisorsordinAzioni, il Gioco del Senso e Non senso (XII Quadriennale di Roma), e il Gruppo Oreste con il quale parteciperà̀ alla 48^ Biennale di Venezia. Nel 1997 cura la serie di mostre FRAME al Ferro di Cavallo in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, promuovendo gli albori dell’arte di relazione e dell’arte pubblica in Italia. Collabora con Carolyn Christov Bakargiev e Hans Hulrich Obrist all’Acàdèmie de France à Rome per la realizzazione della mostra La Ville, Le Jardin, La Mèmorie, curando con Hans Hulrich Obrist il programma video A to Z. Continua negli anni l’attività̀ curatoriale, (Invideo per la Triennale di Milano, Icityperiferiche, Palazzo Re Enzo Bologna, Loggia della Mercanzia Genova, Cartabianca, Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce Genova, Cantieri Culturali della Zisa, Palermo), affiancandole quella espositiva. Ha collaborato dalla fine degli anni Novanta con la Galleria Neon, alternando mostre personali e collettive (Galleria Continua, Zero, GoldanKauf) in Italia e all’estero. Ha collaborato con la Facoltà di Architettura del Paesaggio di Genova tenendo workshop su arte e paesaggio. Nel 2000 riceve da Fabio Mauri, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, ora MACRO, il premio Atelier. La città di Genova, in occasione di Genova 2004 Capitale Europea della Cultura, le assegna, tramite il Museo Villa Croce, il Premio Duchessa Galliera. Nel 2022 è tra i vincitori dell’Undicesima edizione dell’Italian Council AMBITO 1 – Committenza Internazionale e Acquisizione di nuove opere per i musei Pubblici Italiani.

     

    Foto dell'allestimento Cristina Crippa e Sofia Basso