
Siamo lieti di annunciare la terza e ultima mostra del ciclo presentato a Roma in collaborazione con Rhinoceros — un luogo-manifesto immaginato da Alda Fendi e progettato da Jean Nouvel, dove l’architettura stessa diventa un’esperienza sensoriale. Intitolata Atto 3/3: Nello Spazio, questa esposizione conclude un trittico dedicato ai tre elementi fondamentali della fotografia: la luce, il tempo e infine lo spazio. Dopo Sotto la Luce e Col Tempo, quest’atto finale esplora la dimensione spaziale come condizione primaria di ogni immagine, ma anche come materia sensibile, mentale e politica.
Lo spazio non è mai neutro. È ciò che attraversiamo, ciò che ci contiene tanto quanto ciò che vi proiettiamo. In fotografia, lo spazio viene inquadrato, frammentato, ricostruito; diventa superficie, volume, profondità, illusione. Dalla prospettiva rinascimentale alla sperimentazione contemporanea, lo spazio è stato un campo di tensione tra reale e immaginario, tra visibile e invisibile. A Roma, città plasmata dalla stratificazione, lo spazio diventa memoria incarnata: un accumulo di vuoti e di pieni, di rovine e costruzioni, di proiezioni mentali tanto quanto di realtà fisiche.
Gli artisti riuniti in Atto 3/3: Nello Spazio esaminano questa nozione attraverso molteplici approcci, che spaziano dall’architettura all’archeologia, dai paesaggi estremi agli spazi interiori, dalla fotografia alla scultura, dall’immagine piana alla forma tridimensionale. Insieme, propongono un percorso in cui lo spazio non è più semplicemente rappresentato, ma attivato, spostato e talvolta persino perturbato.
Attraverso il suo lavoro su Pompei, Vittoria Gerardi esplora uno spazio congelato dalla catastrofe, sospeso tra scomparsa e conservazione. Le sue fotografie velate di gesso, combinate con sculture minimaliste ed enigmatiche, evocano uno spazio sepolto in cui l’immagine diventa al tempo stesso reliquia e ricostruzione — fragile impronta di un luogo trasformato per sempre dal tempo e dalla materia.
Jean de Pomereu crea nuove topografie che richiamano la trasformazione umana degli ambienti terrestri, attingendo a fotografie d’archivio scattate in Antartide dall’esercito statunitense durante la Guerra Fredda, paesaggi estremi e carichi di ideologia. Le affianca a una scultura in omaggio a Carl Andre. Qui lo spazio è al contempo geopolitico e concettuale: luogo di proiezione strategica quanto campo di astrazione minimale.
I paesaggi pseudo-immaginari di Marco Tagliafico, costruiti in particolare attraverso l’associazione di immagini digitali e stampe analogiche, sfumano i confini tra realtà e finzione. Questi volumi fotografici quasi scultorei inventano spazi mentali in cui la percezione vacilla, rivelando la fotografia come strumento di fabbricazione spaziale.
Con la sua installazione che combina fotografia e volumi scultorei derivati dall’architettura urbana, Yannig Hedel interroga la città come matrice formale. Lo spazio urbano è frammentato, ricostruito e trasformato in un’esperienza fisica in cui l’immagine abbandona il piano per diventare oggetto.
Un’installazione storica degli anni Settanta, insieme a un disegno su carta mylar di Elyn Zimmerman, ricorda come per lei lo spazio sia прежде di tutto un’esperienza luminosa e percettiva. Il suo lavoro, profondamente legato alle risonanze materiali, situa l’opera in una relazione diretta con l’ambiente che la accoglie.
Attraverso il suo omaggio a Giorgio Morandi, Mary-Ellen Bartley dispiega uno spazio intimo, quasi silenzioso, in cui la fotografia diventa luogo di contemplazione. Lo spazio è ridotto e concentrato, ma straordinariamente intenso, rivelando la profondità contenuta nelle cose più semplici.
Renato D’Agostin offre una visione monumentale e radicale di Venezia con il suo progetto Veni Etiam. Le sue stampe dei canali veneziani, combinate con le sue emblematiche sculture Briccole, trasformano lo spazio della Città dei Dogi in un’astrazione grafica e scultorea, dove la città diventa ritmo, linea e materia.
Ex residente di Villa Medici, Thierry Urbain presenta le sue architetture immaginarie — spazi mentali e poetici in bilico tra rovina e costruzione. Questi luoghi inesistenti ma familiari interrogano il nostro rapporto con l’utopia, la memoria e la proiezione.
Le opere a nastro degli anni Settanta di Bernard Joubert introducono uno spazio geometrico e performativo, in cui l’arte si dispiega tra la parete che la sostiene e la mente dello spettatore che completa la forma immaginata dall’artista, rompendo con la tradizionale frontalità della pittura.
Infine, Denis Malartre, Olivier Ratsi e François Kenesi perturbano la nostra percezione di uno spazio dato. Attraverso dispositivi che destabilizzano lo sguardo e mettono in crisi i riferimenti spaziali, interrogano lo spazio come costruzione mentale — fragile e reversibile.
Parallelamente, dallo scorso settembre e fino a marzo 2026, Bigaignon occupa uno spazio al primo piano di questo edificio storico con una grande installazione di Olivier Ratsi. Vera sintesi delle tre mostre previste da Rhinoceros, quest’opera immersiva riunisce i tre temi che la galleria francese intende esplorare durante la sua residenza romana: luce, tempo e spazio.
In un’epoca in cui le immagini circolano prive di profondità, Atto 3/3: Nello Spazio propone l’esperienza opposta: rallentare, abitare le forme e confrontarsi fisicamente con lo spazio. Perché se le opere presentate sono luce e tempo, sono anche, fondamentalmente, modi di pensare e di vivere lo spazio. Forse è proprio qui, in definitiva, che si gioca la nostra capacità di restare presenti nel mondo.